Quei “ragazzi di Salò”, in cerca della “Bella morte” tra violenza e idealismo – Bolzano


BOLZANO. Quali furono le motivazioni che spinsero migliaia di giovani italiani ad aderire alla Repubblica sociale dopo l’8 settembre? A questa domanda risponde l’ultimo libro di Gianni Oliva, storico, docente di Storia delle istituzioni militari, “La bella morte. Gli uomini e le donne che scelsero la Repubblica sociale italiana” (Mondadori, pp. 312, 22 euro). Le motivazioni, sia chiaro, vengono cercate senza assolvere perché, spiega Oliva, «il mio non è un libro per “riabilitare”, ma per capire le ragioni per cui dopo l’8 settembre 1943 in tanti sono andati volontari a combattere una guerra sbagliata e già persa».

Gianni Oliva presenterà il suo libro martedì 26 ottobre 2021 alle ore 18 al TreviLab di Bolzano (via Cappuccini 28) in dialogo col direttore del quotidiano Alto Adige Alberto Faustini.

La Repubblica sociale è uno di quei nodi che scorrono come veleno nelle vene del nostro Paese. Percorrono e segnano il destino dell’Italia lacerata dall’armistizio: da una parte chi voleva uscire dal buio della dittatura; dall’altra chi, invece, vedeva solo vergogna e tradimento. La questione dei “ragazzi di Salò” è stata a lungo affrontata in modo ideologico da destra e da sinistra. 

Oliva li racconta “senza demonizzazioni e riabilitazioni ugualmente improprie”, ma cercando di capire cosa spingeva quei giovani delusi dall’involuzione borghese del fascismo, disgustati dagli opportunisti e dai corrotti che avevano “voltato le spalle al Duce”, a vedere nella Rsi un’occasione coscientemente disperata di rilancio dell’idea rivoluzionaria. Tra loro, anche centinaia di ragazze che vivevano il fascismo repubblicano come l’occasione sì «di andare a combattere e morire, per riempire le fila svuotate dai vili», ma anche come una sorta di emancipazione, di liberazione dai ruoli stereotipati della società italiana. Una spinta radicale, che si scontrerà inevitabilmente con le manovre dei gerarchi prezzolati, degli uomini imposti da Hitler a Mussolini (il fanatico filo-tedesco Pavolini, l’ambiguo Farinacci, l’antisemita Giovanni Preziosi, il riciclato Graziani a capo dell’Esercito, il redivivo Ricci a capo della Milizia). Personaggi di seconda fila, che riproducono vecchi schemi, invidie, ripicche, lotte intestine. La Rsi, sintetizza Oliva, è un mix di tutto questo. Una miscela di vecchi squadristi in disgrazia in cerca di rivincita, e di giovani leoni animati dal desiderio di vendetta e ribellione. Un arcipelago variegato che attira la Decima Mas di Junio Valerio Borghese, i paracadutisti arditi del Nembo, almeno 90 mila tra soldati e ufficiali del Regio Esercito, ex comunisti come Nicola Bombacci. Ma anche outsider, gente che era rimasta nella penombra fino all’8 settembre e che subisce l’armistizio come una colpa insopportabile. 



Oliva cita un celebre passo del “Partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. Quello sul tenente X, fratello del partigiano Kyra, «il quale non era stato particolarmente acceso durante la guerra, ma che dopo l’8 settembre cambiò, s’infuocò, eruttò, fu tra i primi fascisti e tra i più sanguinari».

In questi uomini, osserva Oliva, “la vergogna per lo sgretolarsi dello Stato e l’indignazione per la fuga del re e di Badoglio innescano un istintivo processo di revisione che coinvolge il Ventennio e le colpe di quanti hanno approfittato del regime per poi abbandonarlo alla paralisi nel momento della difficoltà”. Oliva spiega come l’adesione a un progetto di rinascita fascista, fosse presente nella società italiana subito dopo il 25 luglio 1943, ancora prima dell’8 settembre, della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso (12 settembre) e della nascita formale delle Repubblica sociale su input di Hitler (23 settembre). Generazioni nate e allevate nel mito fascista, inquadrate nelle sue organizzazioni, avevano sedimentato i valori del regime: patria, onore, lealtà alla parola data. Dopo l’8 settembre il “che fare?” scuote come un terremoto l’esercito con interi reparti e ufficiali che si schierano da una parte o dall’altra, così come, a catena, spacca la società civile.

E poi i soldati italiani catturati dai tedeschi, a cui viene “chiesto” di decidere se restare a marcire nei lager o arruolarsi nelle SS italiane. La maggioranza dice no, ma in 13 mila accettano: molti di loro facevano già parte della Milizia e avevano un sistema valoriale profondamente radicato nel fascismo. Tra milizia, esercito, guardie repubblicane e brigate nere, la Rsi arriverà a contare su quasi 600 mila uomini. «Al di là delle quantificazioni – sottolinea Oliva – emerge tuttavia un elemento incontrovertibile: i volontari di Salò non possono essere liquidati come un fenomeno residuale e almeno sino alla tarda primavera-inizio estate 1944 rappresentano una scelta più diffusa rispetto a quella antifascista».

I giovani traditi

Tra i giovani e giovanissimi (anche ragazzini di 15, 16 anni) che decidono di seguire Mussolini, l’idealismo e il “disgusto per il tradimento” sono più forti del rischio della fine imminente. Sono imbevuti del mito dannunziano del “cercar la bella morte”, del sacrificio fine a se stesso. Nedo Nancini, 17 anni, scrive alla madre: «Noi giovani abbiamo raccolto e raccoglieremo dai veterani veri la loro eredità di odio e di gloria e ci sacrificheremo per la Patria che con noi torna onoratamente al combattimento». Giorgio Almirante, che aveva 29 anni, dice al padre di sentirsi “dominato da una poderosa forza interiore, desideroso di trovarmi in prima linea, carico di un entusiasmo tanto più singolare quanto più privo di speranza nel successo». Tra i gerarchi rimasti fedeli, c’è chi è assolutamente consapevole di essersi infilato in una battaglia disperata. E chi invece cerca comunque una via d’uscita.

La Rsi, limitata territorialmente, mutilata del nord-est inglobato dal Reich nella Zona d’operazione Prealpi (Bolzano, Trento e Belluno) e dalla Zona d’operazione del Litorale adriatico, è un embrione di stato. Una caricatura sotto amministrazione tedesca. Sullo sfondo, si consuma la tragedia shakespeariana di Galeazzo Ciano, il marito di Edda, figlia del duce, sacrificato da Mussolini nella ricerca del capro espiatorio da dare in pasto a Hitler e alla nuova nomenclatura nera. Ma anche in questo caso si tratta di un regolamento di conti funzionale ai rancori della vecchia guardia. Una vendetta che alle nuove leve del fascismo in cerca di gloria e morte, interessa poco o nulla. Mussolini, depresso e stanco, è dominato dall’inerzia.



«La storia dei venti mesi del Duce a Salò – sottolinea Oliva – sono cronaca di apatica rassegnazione alternata a rari sprazzi di vigore, nei quali l’uomo appare guidato dagli eventi senza capacità di incidervi; ciò non significa che egli non faccia tentativi di dare un senso alla Rsi e al suo ruolo personale, ma questi appaiono estemporanei, spesso espressioni di insofferenza, deboli anche quando inseriti in un abbozzo di strategia». Mussolini mostra anche insofferenza verso le continue violenze delle squadracce di Pavolini, le famigerate Brigate Nere, ma non fa nulla per fermarle, né per ostacolare la manipolazione, le uccisioni, le razzie, le torture, la persecuzione degli ebrei che diventa un tratto distintivo della Rsi. Dice Oliva: «Per quanti hanno scelto Salò la figura di Mussolini resta imprescindibile perché il fascismo è una sua creatura, ma l’incertezza e le contraddizioni operative limitano fortemente il suo ruolo di capo, aprendo spazi in cui si inseriscono le iniziative autonome dei singoli gerarchi». Uno scenario da Titanic con un solo inesorabile finale. La Rsi perde rapidamente consensi e appoggio tra la popolazione, inorridita dalla brutalità delle diverse milizie e dell’Esercito di Graziani nella repressione della formazioni partigiane e nella “caccia” agli ebrei accanto ai tedeschi; provata dalla leva obbligatoria imposta con la minaccia della fucilazione, e dall’incapacità del fascismo repubblicano di ottenere la riconsegna dei soldati italiani che muoiono come mosche nei lager nazisti. La partecipazione attiva alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei è la cifra criminale indelebile della Repubblica sociale.

«Nel contesto dell’occupazione tedesca – osserva Oliva -, l’antiebraismo già presente nella cultura fascista trova largo spazio ed emergono alcuni personaggi radicalmente antisemiti. Già nelle prime azioni di rastrellamento del settembre-ottobre 1943 ci sono complicità delle autorità italiane: gli elenchi degli ebrei vengono forniti dalle questure». I comandi tedeschi si avvalgono nelle operazioni di rastrellamento dei volontari della Repubblica sociale. Gli uomini della Rsi uccidono, rinchiudono gli ebrei nei lager di raccolta e transito (Borgo San Dalmazzo, Fossoli, Bolzano). «Come dimostrano le vicende di Fossoli e del campo di via Resia a Bolzano, l’intreccio tra autorità tedesche e autorità di Salò nella gestione dei campi e della politica antiebraica è stretto, così come è stretta la corresponsabilità per i quarantatré convogli partiti dall’Italia per Auschwitz, Dachau, Ravensbrück, Bergen-Belsen». Una colpa che peserà (e pesa ancora) come un macigno sui “ragazzi e le ragazze di Salò”. 

Luca Fregona





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