Pnrr, ci sono almeno due aspetti su cui i più europeisti dovrebbero riflettere


Ci sono almeno due aspetti nel Pnrr su cui dovrebbero riflettere anche i “più-europeisti”: chi, insomma, non ne ha mai abbastanza di integrazione europea e ne vorrebbe in quote sempre maggiori, a qualunque costo e in qualsiasi modo. Un aspetto concerne le famose “condizionalità” del Next Generation Eu, l’altro la “riforma”, ad esso sottesa, della giustizia civile.

Quanto al primo, i motivi di perplessità sono esattamente cinquecentoventotto; tanti quante le condizioni poste all’Italia per poter ricevere il fiume di denaro del Recovery Fund.

Ora, la domanda che tutti, ma proprio tutti, dovrebbero porsi è se sia normale – per uno Stato indipendente – doversi sottoporre al rigoroso, e pedissequo, rispetto di tutta una serie di paletti per poter finanziare la propria spesa pubblica. Perché esattamente di questo stiamo parlando, dopotutto. Il governo italiano – onde giovarsi dei sussidi, o dei prestiti, di cui sopra – dovrà impegnarsi in centinaia di “progetti” elaborati altrove. Ora, la risposta non può che trovare concordi tutti, dagli euroscettici agli euroentusiasti: no, non è normale. E ciò almeno da un paio di punti di vista: finanziario in primis, e democratico in secundis.

Quanto al profilo finanziario, basta por mente al modus consueto con cui un Paese (anche privo di una banca centrale prestatrice di ultima istanza) si approvvigiona della liquidità per far fronte ai bisogni (extra-gettito) ordinari e straordinari della propria agenda politica: esso ricorre ai mercati. L’Italia lo fa da sempre e si procura centinaia di miliardi di euro all’anno piazzando i propri titoli di debito alle aste primarie. E ciò avviene senza alcuna condizione: senza bisogno, cioè, di subordinarsi a un estenuante tour de force di decreti al fine di poter “meritare” il credito altrui. Quanto al profilo democratico, basti considerare chi decide come, dove, quando e in quale misura impiegare i quattrini ricevuti dietro emissione di Bot o Btp.

In una situazione “normale”, è il Paese indebitato a selezionare, dibattere, decidere gli scopi, gli obbiettivi e le priorità di utilizzo delle somme ottenute. Non, invece (come accade con il Pnrr), una “commissione” extraterritoriale costituita da un consesso di ventisette soggetti mai passati al vaglio delle urne e dai suoi ausiliari; ovvero una pletora di enti, uffici, funzionari siti a migliaia di chilometri di distanza dalla capitale della Nazione soggetta a sorveglianza.

Il che integra, con tutta evidenza, un format politico-istituzionale basato molto più sul concetto di “burocrazia” che su quello di “democrazia”. Perché, allora, il “Piano Marshall” in salsa europea non suscita critiche allarmate, a dispetto delle succitate evidenze? Senza contare il palese tradimento (di valori come la vantata sussidiarietà e il decantato federalismo) insito in un modello dove Bruxelles stabilisce cosa devono fare Roma, Madrid, Parigi e financo le più estreme propaggine periferiche dell’impero. Eppure, tale stato di cose è serenamente accettato dai più. Perché? L’unica spiegazione possibile è tanto indicibile quanto palese e risiede in una sorta di auto-razzismo tipico di molti nostri connazionali: l’Italia sarebbe troppo cialtrona, spendacciona e corrotta per riuscire a fare il “bene” dei propri concittadini. Quantomeno senza un nodoso bastone (il mitico “vincolo esterno”) in grado di raddrizzarne gli inveterati vizi e di stimolarne le fuggevoli virtù.

Veniamo ora al secondo aspetto cui accennavamo in apertura: vale a dire quello specifico settore del “piano” destinato all’accelerazione dei processi civili. È sufficiente una rapida scorsa agli obbiettivi fissati per rendersi conto di quale sia la cifra del sedicente “efficientamento” del sistema: accorciare in ogni modo possibile i tempi, contingentare il diritto di difesa del cittadino, imporre severe sanzioni per chi attiva un contenzioso senza la previa sicurezza di avere “sicuramente” ragione (in base a una paradossale concezione “profetica” della professione forense), aumentare i costi di accesso alla funzione giudiziaria, incoraggiare ogni forma possibile e immaginabile (endoprocessuale ed extraprocessuale) di risoluzione alternativa delle controversie, privatizzare le sedi in cui si “somministra” il diritto tramite l’incentivazione degli “arbitrati”.

Tutto converge, insomma, verso un’idea di impronta marcatamente neoliberista e grevemente utilitaristica delle dinamiche giudiziarie. E verso un mondo in cui lo Stato non sarà più tenuto a gestire, in regime di monopolio, il diritto sacrosanto del cittadino a chiedere (e, se del caso, a ricevere) ragione dai torti subiti; ma solo ad assicurare che i “sudditi” disturbino il meno possibile il manovratore con le loro beghe da cortile.

In conclusione, mi sembra che, sull’altare dei benedetti fondi europei, si stiano sacrificando due valori di troppo: la Democrazia e la Giustizia. Salvo voler ammettere che tale olocausto è necessario per rendere più competitivo il Paese.

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