Dal 1981 al 2021: i nove album indimenticabili che hanno compiuto quarant’anni


1981-2021. Poteva passare inosservato il quarantennale di certi dischi? Assolutamente no! Il 1981 incarna pienamente l’epoca aurea della New Wave e così ritrovarsi a spulciare tra gli scaffali degli amati vinili diviene un atto dovuto. Se non altro per capire quali potrebbero essere inclusi in una ipotetica classifica dei preferiti. Fate attenzione, il numero nove caratterizza storicamente le dinamiche del blog (9 i punti definenti i post, così come le canzoni delle playlist finali); una regola non semplice da rispettare in tale caso, soprattutto in relazione al “fior fiore” di gruppi e relativi album esclusi! Proprio per ciò non esiste la pretesa di pensare che quelli selezionati siano i migliori, molto più semplicemente quelli che hanno segnato maggiormente i miei ascolti. Prendete queste righe come semplici suggestioni, i dischi analizzati seguono un ordine basato esclusivamente sulla data di pubblicazione originaria. Infine, nei commenti sottostanti potreste lasciare i vostri album datati 1981. Buona lettura!

• The Cure, Faith (Elektra) 14 aprile 1981

Robert Smith: “Avevo 21 anni e mi sentivo vecchio. Mi sembrava che la vita non avesse un senso. Non avevo fede in niente e pensavo che andare avanti fosse del tutto inutile“.

La cosiddetta trilogia dark inaugurata con Seventeen Seconds (1980) e chiusa con Pornography (1982) vede come episodio centrale Faith. Forse il disco meno appariscente del trittico? Se la bellezza è riconducibile a sonorità ipnotiche e letargiche, allora possiamo essere d’accordo. La voce di Robert Smith fluttua dolente, i testi sono ossessivi; le canzoni – a tratti – paiono non finire mai, come fossero mantra reiterati. Il basso, nello spettro sonoro dell’intera operazione, diviene centrale, così come il sibilo delle chitarre. I synth dipingono sfondi nebbiosi, impalpabili, di grande impatto emotivo. Avete osservato attentamente la copertina? Il segreto del disco è svelato proprio dentro quell’immagine.
Canzone suggerita: Primary

• The Psychedelic Furs, Talk Talk Talk (Columbia) – 6 giugno 1981

Richard Butler: “Ancora oggi quando riascolto Talk Talk Talk mi emoziono. È certamente il mio album preferito dei Furs”.

I Furs lavorano con Steve Lillywhite e si sente! Stiamo parlando di un disco luminoso e pop, tuttavia le fosche trame di un certo sentire ammantano l’opera. Gli arrangiamenti “made in furs” sono evidenziati dall’impeto del sax di Duncan Kilburn, così come dalla frenesia della chitarra di John Ashton; trovatemi voi un marchio di fabbrica così definito. I critici sostengono che proprio qui, la licenza creativa della formazione sarebbe stata abbandonata in favore del successo commerciale: follia! La verità è racchiusa nello stile declamante dei Furs: sistematico, oscillante, tra richiami pop e tumultuoso art rock.
Canzone suggerita: Mr Jones

• Siouxsie and the Banshees, Juju (Geffen) – 19 giugno 1981

Siouxsie: “Ho capito che quello che sei veramente – da un punto di vista artistico – non interessa realmente. Per il carrozzone musicale, la bellezza di questo disco è secondaria, interessa soltanto che io sia ‘la regina del goth’”.

Forse l’album più gotico della band? Tamburi tribali, chitarre grattugiate, voce spezzata. La band è in stato di grazia e Siouxsie – neanche a dirlo – troneggia; da quel pulpito fa e disfa ciò che vuole. Cito in queste poche righe Claudio Fabretti di Onda Rock: “Juju è il capolavoro dei Banshees, il disco che segna il culmine del loro affiatamento e la sublimazione della loro mistura sonora. Alle visioni catacombali, al romanticismo inglese, al tipico gusto per l’occulto ereditato da artisti come Blake e Redcliffe, Siouxsie unisce qui il tribalismo stregonesco dell’Africa profonda (“ju-ju” è una tradizione musicale nigeriana). L’uso della musica etnica, combinato con l’elettronica, converge in una sorta di trance allucinata, in un rituale esoterico dai risvolti macabri e funerei”.
Canzone suggerita: Spellbound

• The Gun Club, Fire of Love (Rhino/Warner Bros) 31 agosto 1981

Jeffrey Lee Pierce: “La creatività che mi ha permesso di concepire questo disco si è animata soltanto quando mi sono allontanato dal mondo che mi circondava”.

Quanti fantasmi aleggiano sul primo album dei Gun Club? Forse il blues di Robert Johnson e Son House? Le venature Maudit di Jim Morrison? E come dimenticare le ombre sinistre del voodoo e dei romanzi southern gothic? Vogliamo dimenticare il punkabilly dei Cramps? Ecco, ora mettete tutto nella centrifuga e statene certi, a fine ciclo, ne uscirà l’utopia infeltrita di Jeffrey Lee Pierce. Lo sciamanico leader della formazione losangelina non lascia scampo e con quella voce ipnotizza. Fire of Love evoca l’incontro tra il punk californiano e la musica roots americana; quella che riconduce alle dodici battute dei grandi bluesmen, oppure al rock and roll delle origini e alle ritmiche arrembanti del punk. Una canzone come Sex Beat dovrebbe essere inclusa nei libri di testo ed essere studiata.
Canzone suggerita: Sex Beat

• Ultravox, Rage in Eden (Disky/Chrysalis) – 11 settembre 1981

Midge Ure: “Non ci siamo mai preoccupati di quanto intorno a noi succedeva. L’urgenza è sempre stata quella di suonare dal vivo questo album”.

La New Wave ricorda agli stolti che la sensibilità musicale di quel periodo è il frutto di una commistione colta che va oltre la musica. Sono infiniti i casi di band che fecero della propria passione letteraria una vera e propria dichiarazione di intenti. Gli Ultravox ne sono un esempio lampante. Ancora prima di ciò, occorre coraggiosamente sostenere che l’avvento di Midge Ure (avvenuto con l’album precedente) – in sostituzione di John Foxx – sia il vero segreto del successo rivelato ai posteri. La band trova l’equilibrio tra la fresca sperimentazione dei synth e le percussioni elettroniche, ma sono le armonie vocali di Midge a fare la differenza, ammettiamolo. Questo è uno di quegli album che andrebbe ascoltato dall’inizio alla fine, senza interruzioni.
Canzone suggerita: The Voice

• U2, October (Island)12 ottobre 1981

Bono: “Dopo le registrazioni di October, stavamo per scioglierci, ci fu una crisi spirituale molto profonda. Fu The Edge a capire come uscirne, scrivendo Sunday Bloody Sunday“.

Guardandoli oggi diviene quasi impossibile immaginare gli U2 al tempo del Post Punk. Cioè, “questi” provavano in una cucina di Dublino, ora sono un marchio vero e proprio. Capite? Eppure Bono e soci di quella corrente ne sono stati indiscutibili protagonisti. October è un album bellissimo, maturo e suona strano sostenerlo perché stiamo parlando di ragazzi che al tempo erano poco più che ventenni. I quattro venivano dall’ottimo esordio ottenuto con Boy; la pressione maturata dal successo avrebbe potuto orientarli entro logiche commerciali distanti da ciò che in quel momento intendevano realizzare. Molti gli spunti interessanti, a cominciare dagli impulsi spirituali riscontrabili nei testi, senza dimenticare i riff cadenzati della chitarra di The Edge. Non è un disco di singoli, piuttosto di sonorità corpose e costanti, in grado di gettare le basi di uno stile nel tempo riconosciuto.
Canzone suggerita: Tomorrow

• Bauhaus, Mask (Beggars Banquet) – 16 ottobre 1981

Peter Murphy: “A differenza di voi fans, non ci siamo mai presi sul serio. Se fino ad ora vi è sfuggita la nostra eccentrica ironia, allora è questo il disco per poterla recuperare”.

Peter getta la maschera e rivela il vero punto di non ritorno della poetica dei Bauhaus. Mask è caposaldo assoluto di un suono che ancora oggi è in grado di stordire, confondere e infine ricondurre nei meandri più oscuri del periodo. Chiariamolo, riuscire a bissare la bellezza di un disco d’esordio come In The Flat Field sarebbe stato impossibile (stiamo parlando di un album perfetto)! Mask contiene però un grande pregio, quello di riuscire nella titanica impresa di estendere gli orizzonti dei Bauhaus. L’energia non è più riconducibile esclusivamente all’angoscia e alla disperazione, ma diviene un flusso impetuoso, nel quale abbandonare ogni possibile resistenza. In vinile! Dovete comprarlo in vinile!
Canzone: Hollow Hills

• New Order, Movement (Qwest) – 13 novembre 1981

Bernard Sumner: “Da subito abbiamo cercato di andare avanti ma la voce… chi poteva prendere il posto di Ian? Semplicemente nessuno. Lo abbiamo capito dopo le registrazioni di questo disco”.

Forse un primo passo esitante dopo la transizione da Joy Division a New Order? Vorrei vedere voi, cosa fareste se vi morisse “un Ian Curtis” nella band. E comunque, “i tre rimasti” per ripartire si affidano alle tastiere di Gillian Gilbert, da qualcuno o qualcosa, occorreva pur ripartire…

Movement è composto da canzoni scritte dopo il noto suicidio, ed è stato registrato con punti vocali alternati; Peter Hook e Bernard Sumner provano a “sostituire l’insostituibile”, cercando di capire quale futuro offrire alla propria carriera di musicisti. Alla fine è Sumner a prendere il comando su tutte le tracce, ad eccezione di Dreams Never End e Doubts Even Here. Martin Hannett, il produttore, sprona i New Order, producendo inevitabilmente un disco spettrale, forse fragile ma che il tempo ha saputo riconoscergli la giusta importanza. Diciamolo chiaramente, sarebbe un capolavoro nella carriera di qualsiasi altra band post-punk attuale. La bellezza di Movement potrebbe impallidire soltanto dinnanzi all’album successivo della band: Power Corruption & Lies.
Canzone suggerita: Dreams never End

• The Sound, From the Lion’s Mouth (Korowa) Novembre 1981

Adrian Borland: “Il disco non ha avuto il successo commerciale che la casa discografica sperava. Conviene sempre sperare in qualcosa di certo, altrimenti…”.

Un disco come questo ti fa capire che il periodo musicale di cui sei perdutamente innamorato è quello giusto. E sono proprio le oscure visioni del mondo di Adrian Borland a spalancare le porte alla consapevolezza, rendendo From the Lion’s Mouth una esperienza indimenticabile; allo stesso tempo straziante. È forse attraverso le metafore che il pathos del disco trova il giusto riconoscimento? Immaginate un percorso in grado di snodarsi su un filo, la cui tensione vibra tangibilmente sui sensi. Non allarmatevi, il viaggio è salvifico, “l’attraversata” si rivela impossibile da dimenticare.

Game, set, match. Tutti a casa! Nessun altro album del 1981 potrebbe competere con il disco di Borland e soci. Ancora oggi resta inspiegabile come sia stato possibile – al tempo – non riconoscere ai Sound l’indiscutibile valore.
Canzone suggerita: Winning

Come di consueto questo blog si arricchisce di una playlist Spotify che potete ascoltare gratuitamente sul mio canale personale. Buon ascolto!
9 canzoni 9 … del 1981:



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