Aborto, “In Italia 22 ospedali e 4 consultori con almeno una categoria professionale di obiettori al 100%. E in 72 si supera l’80%”


In 22 ospedali e 4 consultori almeno una categoria tra ginecologi, anestesisti, infermieri e OSS è obiettore al 100%. Emerge dall’indagine aggiornata ‘Mai dati!’ curata da Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista e resa nota con l’Associazione Luca Coscioni. Il monitoraggio precedente, di ottobre, contava in tutto 15 centri ospedalieri. Nello specifico, sono 72 gli ospedali con personale obiettore tra l’80 e il 100% e 18 quelli con il 100% di ginecologi obiettori. Le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori sono: Abruzzo, Veneto, Umbria, Basilicata, Campania, Liguria, Lombardia, Puglia, Piemonte, Marche, Toscana.

Coscioni ricorda come la possibilità di accedere all’aborto sia prevista per legge, la 194 del 1978: “Prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza”, spiega Filomena Gallo, avvocato e segretario nazionale dell’Associazione. “Chiediamo al Ministro della salute l’invio di ispettori presso le strutture con il 100% degli operatori obiettori di coscienza e alle Regioni di sapere com’è garantito l’espletamento delle procedure di IVG e in che modo ne garantiscono l’attuazione. Chiediamo anche che la Relazione al Parlamento sia inviata entro febbraio con i dati dell’anno precedente, perché non si comprende in base a quale norma speciale quando vi sono adempimenti di legge il Ministero reputi di essere esonerato dal rispetto degli stessi violandoli come consuetudine invece di dare l’esempio nel rispetto della legge”.

“I dati aperti non sono una concessione ma un nostro diritto – spiegano Chiara Lalli e Sonia Montegiove – Tutti i dati devono essere aperti, pubblici, aggiornati e per singola struttura. Chiediamo al Ministero di aprire i dati e di proseguire nella raccolta. Chiediamo alle Regioni di fare la stessa cosa e di uniformare le modalità di presentazione dei dati. Solo se i dati sono aperti hanno davvero un significato e permettono alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori nella struttura scelta”.

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