“Vita da Carlo”, splendida serie fra il comico e il malinconico



Verdone gioca con se stesso e interpreta Carlo, ultima maschera borghese dell’attore e regista romano

Fare una serie tv sulle malinconie di un uomo confuso, sulla soglia della terza età? Non sembra un pitch destinato a funzionare, a meno che il personaggio in questione non sia Carlo Verdone e la relativa serie una tra le migliori espresse dalla fiction italiana negli ultimi tempi. Se si supera l’esame di ammissione alla visione, ovvero se si nutre almeno una reale simpatia per il comico romano, l’esperimento avrà ottime chance di successo. Perché “Vita da Carlo” (10 episodi da mezz’ora, su Prime Video) è una delicata rapsodia a tinte pastello attorno al tema dell’attore imprigionato in se stesso, ma anche dell’uomo, del marito e del padre che sentono il tempo sfuggire dalle mani senza aver elaborato tattiche credibili per resistere alla fatale procedura.

   

Il Carlo della storia è l’ombra del Carlo della vita, incorniciato tra pochi espedienti drammaturgici per incartare la storia, e con una serie di divertenti mascherature per modificarne i connotati in chiave di finzione – la casa non è la sua vera ma le somiglia assai, la famiglia ha il medesimo formato, con due figli e una moglie separata ma fino a un certo punto, Max Tortora è l’amico di Verdone anche nella realtà e ogni cosa sta a un palmo dalla verità di tutti i giorni. Il tutto per dare a Verdone un contesto nel quale muoversi a proprio completo agio con le sue elucubrazioni, che sono uno dei filoni narrativi portanti della serie, con l’infinito andirivieni di su e giù, di sì e no, entusiasmi e delusioni, cedimenti e riscosse che segnano l’animo di un animo ipersensibile, spaventosamente autoriferito, attento a ogni particolare si agiti dentro e attorno a lui, allarmato da tutti i segnali in arrivo, con una predilezione nostalgica per quelli affettivi o, addirittura, amorosi.

  

A fianco dei ghirigori mentali di Verdone e all’agitarsi delle sue tempeste interiori, ci sono le azioni/situazioni di cui questo Carlo diventa più o meno responsabile e là il versante torna a essere quello comico, delle gag e delle disavventure di un uomo timido, goffo, preoccupato di non sembrare ridicolo. Qui si gioca di fioretto, Verdone accenna, piuttosto che interpretare, riusa spudoratamente vecchi numeri e figurazioni del passato, si cita, si rispolvera, si rievoca, ma lo fa benissimo, perché il gioco attorno al quale tutta la rappresentazione gira è quello del tempo che passa e che, per la maggior parte, è già passato. Infine ci sono alcuni espedienti narrativi – la candidatura a sindaco, indesiderata ma nemmeno troppo – i soliti adagi medico-farmacologici, una love story disastrosa, qualche macchietta di contorno e soprattutto una Roma immobile e disinteressata, troppo compresa nella sua bellezza per interessarsi alle peripezie di questo perenne corteggiatore.

  

L’insieme nel complesso brilla, perché ha il tocco, la leggerezza e la capacità d’intrattenere – e perfino commuovere in un paio d’occasioni. Tutte cose che non sono moneta corrente nella feroce arena delle serie tv. Il cast è affiatato, recita in levare, evita i gigionismi e va di sfumature, anche se un appunto a Carlo va fatto: per pigrizia, o perché si è adattato alla perenne regola delle serie, riguardo a come si scrivono e cos’è richiesto per metterle su, insomma il lavoro di sviluppo dei personaggi di contorno è abbozzato, ma non va mai in profondità. Come sempre nelle storie a episodi, tolti i protagonisti assoluti, agli altri personaggi non vengono mai accordate sfaccettature, metamorfosi, una crescita. Sono figurine a comando che, chiamate in causa, ogni volta rifanno la stessa gag: il tipo antipatico fa l’antipatico, il dispettoso fa i dispetti, il traditore tradisce. Poi spariscono.

  

Se ci sarà un seguito a tutto ciò, sarebbe bello che la scrittura acquisisse più verità in questa direzione. Perché invece il personaggio di Carlo, il grande narcisista, è memorabile. E sulla storia Carlo si paracaduta piano, ciondolando con classe, giocando con se stesso, stuzzicando il pubblico con la sapienza dell’intrattenitore che non deve dimostrare niente. Mettendosi a nudo, inclusi i tic, i difetti e i nodi irrisolti, con la compostezza che non l’abbandona mai. A nudo, ma con pudore, ultima maschera di una borghesia italiana che, se ripensa a se stessa, oramai lo fa soltanto con rammarico e rimpianti. 

  





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