Squid Game contro l’iniquità sociale. Ma qui la realtà è diversa



Una vita alla coreana? Uhm, no, grazie. Eppure adesso chiunque sia appassionato di serie tv e di relativi influssi sul costume, non parla d’altro: come capita nello show business si è realizzato l’imponderabile, ovvero “Squid Game”, serialità coreana costruita secondo un modulo narrativo consumato, in tre settimane si è trasformata nel programma più visto nella storia di Netflix, sbaragliando concorrenti ben più accreditati. Non solo: il 95 per cento degli spettatori della serie vive fuori dalla Corea del sud, disseminato in tutto il mondo, il che fa dello show un poderoso fenomeno globale (una moltitudine che assiste a episodi parlati in coreano con sottotitoli), mentre l’indotto consumistico sotto forma di merchandising e propagazione epidemica dei relativi trend, sta già invadendo il mercato e deflagrerà all’altezza di Natale. Il tutto diventa ancor più bizzarro poi, se ci si fa un giro sui social, in cerca dei riflessi di questa mania: quello che si coglie è che “Squid Game” è una serie – ma verrebbe da dire “un universo” – che il pubblico prevalentemente gode nell’odiare, nel liquidarlo con dispregio,  commentandolo acidamente come il progetto di menti perverse, allestito per un pubblico sempliciotto e assetato di violenza, sangue e fronteggiamenti palesi, secondo il solito schema heroes & villains, con la variante riscatto-redenzione.

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