Regina King: «Mi butto con te»


Questo articolo è pubblicato sul numero 43 di Vanity Fair in edicola fino al 26 ottobre 2021

La prima volta che vidi Regina King sullo schermo ero una bambina, e lo era anche lei. Notai subito che il suo personaggio, la Brenda Jenkins di 227, mi assomigliava. Aveva i capelli come i miei, raccolti con la coda e voluminosi, probabilmente gonfiati con il ferro. Il suo sorriso era quasi troppo largo per la sua faccia. Anche se 227 (andato in onda dal 1985 al 1990) non era la mia serie preferita, mi piaceva guardarla soprattutto per Brenda: la sentivo molto più vicina dei ragazzi dei Robinson o di Good Times, che mi sembravano troppo svegli, troppo precoci. La Brenda di King era autentica, genuina. Come quella che oggi si materializza sullo schermo del mio computer. È vestita in modo casual e sembra più piccola nella vita reale, anche se siamo su Zoom. Porta un berretto da baseball e ha un’aria guardinga, vulnerabile.

King ha partecipato a molti progetti incentrati sulla vita dei neri, davanti e dietro la macchina da presa. Svariati erano basati sulla realtà, ma non tutti. L’Angela Abar di Watchmen è una supereroina. Il mondo di Erika Murphy in The Leftovers – Svaniti nel nulla è intriso di misticismo. Anche questo è necessario: avventurarsi nel fantastico ci permette di capire come potrebbero essere le nostre vite. «A me interessa raccontare storie che mi comunichino qualcosa. Anche una storia fantastica deve avere un cuore per attrarre il pubblico e tenerlo davanti allo schermo». 

King ha capito presto nella sua carriera che non otteneva una parte se non la sentiva sua. «Nel periodo tra Strade violente e Poetic Justice, dopo aver partecipato a diversi provini, mi si è accesa una lampadina e mi sono detta: “Se sulla carta non mi dice niente non vado neanche al provino”», racconta. «Faccio perdere tempo all’agente del casting, al produttore, e perdo tempo io». 

Ora, da regista – l’anno scorso per la sua opera prima, Quella notte a Miami…, ha ottenuto una nomination per la miglior regia ai Golden Globe e una dal Directors Guild – King applica la stessa filosofia. «Da regista dedichi ancora più tempo al film, sei coinvolto in tutti gli aspetti della creazione, quindi devi credere in quello che stai facendo».

«Regina è piena di vita», dice Barry Jenkins, che l’ha diretta in Se la strada potesse parlare, ruolo per cui King ha vinto sia l’Oscar che il Golden Globe come migliore attrice non protagonista. «Lei s’impossessa del personaggio, lo fa suo», continua Jenkins. «La trovo una cosa fantastica. Dico spesso agli attori: “Il personaggio è vostro”. Una volta che a un interprete viene assegnato un ruolo, il mio contributo o quello dello sceneggiatore diminuisce: è l’attore a decidere fino a che punto farlo suo. Regina è una che va fino in fondo. Cosa che adoro». Jenkins ha aggiunto che King era sempre sul set (a volte gli diceva i risultati dei Dodgers nella World Series, «è una patita di sport»). In seguito si è accorto che «stava osservando tutto con attenzione» perché dopo quel lavoro avrebbe diretto Quella notte a Miami…

Damon Lindelof, co-creatore di The Leftovers – Svaniti nel nulla e Watchmen, per il quale King ha vinto un Emmy, apprezza la fiducia di Regina nel rispetto reciproco. L’industria cinematografica, insiste, può essere un luogo selvaggio per gli attori, specialmente in Tv. Lei cerca una vera «partnership», come la definisce Lindelof. «Di fatto è come se dicesse: “Ehi, sono seduta qui con te con te perché sono aperta all’idea di passare un anno della mia vita a interpretare questa parte, però non ti conosco. Quindi conosciamoci”». Le sue partnership, spiega, «diventano amicizie, alleanze, chiamatele come volete. Ma è come se lei fosse una socia alla pari. Chi lavora con lei, lo sa».

Le star che ha incrociato nel corso di una carriera decennale lo confermano. Renée Zellweger, che l’ha conosciuta «un secolo fa», quando hanno recitato in Jerry Maguire, ricorda di aver pensato: «C’è molto da imparare da questa donna, e un’amicizia di cui fare tesoro». La ammira da allora per il suo mix di «genialità, coraggio, bellezza, bontà, determinazione». 

Sandra Bullock, che ha lavorato con King in Miss Fbi – Infiltrata speciale (un film che Bullock si affretta a definire «una porcheria»), dice che la loro amicizia è stata istantanea e necessaria. «Anche quando si fanno i film brutti occorre essere in sintonia, collaborare e sostenersi a vicenda». Poi, continua: «Regina si porta dietro un incredibile bagaglio di conoscenze. Tutti ne traggono beneficio, persino io». A suo parere, lei e King sono simili, in quanto prendono il lavoro (non se stesse) fin troppo seriamente. «Non diamo nulla per scontato, e penso che questo derivi in gran parte dal fatto di essere donne. Abbiamo sempre dovuto mostrarci combattive, abbassare la testa, lavorare ed essere grate per quello che abbiamo. Lei, essendo nera, ha dovuto farlo mille volte di più».



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