Facebook sotto accusa


Questo articolo è pubblicato sul numero 42 di Vanity Fair in edicola fino al 19 ottobre 2021

«Facebook non si merita la nostra fiducia», dice la grande accusatrice dell’impero di Mark Zuckerberg. Frances Haugen (nella foto), 37 anni, è un’ingegnera informatica che ha studiato ad Harvard e ha lavorato quasi due anni come product manager nel team contro la disinformazione del gigante di Menlo Park. È una dissidente e – per la società di Zuckerberg – una traditrice. Si è licenziata a maggio: coperta dallo pseudonimo «Sean», ha passato al Wall Street Journal le informazioni alla base dell’inchiesta Facebook Files sull’incoraggiamento dell’hate speech e su come l’algoritmo di Instagram si approfitti di adolescenti e bambini.

Ora Frances Haugen ha deciso di uscire allo scoperto. E la settimana scorsa, nel corso di un’audizione ripresa in tutto il mondo, ha portato avanti la sua battaglia davanti al Congresso degli Stati Uniti. È convinta che l’algoritmo di Facebook sia pericoloso per la nostra società e che, dal momento che dentro l’azienda nessuno se ne occupa, l’unica soluzione sia cercare aiuto all’esterno.
Non è certo la prima volta che Facebook finisce sotto accusa, ma questa volta è diverso: non si tratta di capire se, come e quanto sia pericoloso e «incendiario» il funzionamento della piattaforma, ma di un’ammissione di colpevolezza da parte della stessa Facebook sul punto. L’ex dipendente e whistleblower Haugen dice di avere le prove che l’azienda conoscesse i problemi da tempo perché, per esempio, sa che l’algoritmo è capace di riconoscere le insicurezze e i disturbi alimentari degli adolescenti, ma invece di correre ai ripari per tutelarli, li sfrutta propinandogli contenuti per perdere peso. Non è l’unico problema di cui dentro l’azienda sapevano, e uno dei casi più spinosi citati da Haugen riguarda quello che è successo dopo le ultime elezioni americane, quando Donald Trump non voleva accettare la sconfitta e accusava i democratici e Joe Biden di aver vinto sulla base di una truffa elettorale. Facebook, stando al racconto di Haugen, avrebbe consapevolmente sciolto il team che si occupava di vigilare sulle fake news politiche proprio nel momento in cui la discussione online era diventata incandescente, cioè un mese prima dell’attacco a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump lo scorso 6 gennaio. Se le carte che l’ex dipendente ha trafugato e poi consegnato ai media e alle autorità saranno sufficienti a sostenere simili accuse, questa volta sarà chiaro a tutti che la difesa impostata finora dall’azienda, le scuse e la promessa – nel 2016 – di disincentivare la disinformazione e l’hate speech, erano bugie.
Dimostrare il totale scollamento tra quello che Face­book dice di fare e ciò che realmente fa è uno degli obiettivi del libro-inchiesta An Ugly Truth di Cecilia Kang e Sheera Frenkel, diventato best seller, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Facebook: l’inchiesta finale. Kang è una reporter del New York Times che si occupa del settore Big Tech, e con Frenkel ha registrato più di mille ore di interviste con più di quattrocento testimoni tra dirigenti, dipendenti, consulenti e investitori della società. Le conclusioni non sono molto distanti da quelle di Haugen. Il funzionamento di Facebook è «finalizzato a massimizzare il profitto in qualsiasi circostanza e a qualsiasi latitudine» a prescindere da quale sia il costo per la comunità. E poi, anche qui, che Facebook è irriformabile a meno che non si intervenga con delle leggi, perché i meccanismi che fanno fare moltissimi soldi a Mark Zuckerberg sono gli stessi che incentivano la disinformazione, i contenuti estremi e il clima arroventato sulla piattaforma.

Kang, le dichiarazioni di Haugen sembrano confermarlo: Facebook fa promesse, ma poi l’algoritmo che garantisce i profitti funziona all’opposto. È così?
«Il messaggio che Facebook ha sempre voluto trasmettere sia al pubblico sia alla politica è in evidente conflitto con quella che è la prassi aziendale, e lo possiamo dire ancor più dopo le rivelazioni dell’informatrice Frances Haugen».

È per questa contraddizione che si paragona Facebook ai produttori di tabacco? Il social che nuoce gravemente alla salute…
«Sì, è per questa contraddizione che in molti definiscono quello che sta succedendo un Big Tobacco Moment: una grande bugia smascherata da un dipendente, proprio come è accaduto negli anni ’90 con l’industria del tabacco, quando – sempre grazie a un whistleblower che porta alla stampa una ricerca interna – abbiamo scoperto che quello che sostenevano i produttori, e cioè che il fumo non fa male, non era vero; e loro lo sapevano».

Come andrà a finire questa volta?
«Allora sono emersi i danni che provocano le sigarette, oggi scopriamo gli effetti dannosi di Facebook sulle persone e sulla società. Quella ricerca aveva indotto il Congresso ad agire per regolamentare il settore. È arrivato il momento che accada altrettanto per Facebook».

Ma con Facebook è più complicato…
«Il prodotto è molto diverso e, sì, è più complesso. Ma ora che la signora Haugen ha messo sul tavolo i loro documenti che mostrano la decisione di amplificare i contenuti più emotivi e controversi e quelli più tossici e dannosi, la politica non si può più tirare indietro. Ha le prove che Facebook sa tutto, ma decide di non modificare l’algoritmo per rallentare la diffusione dei contenuti problematici».

Che cosa l’ha colpita di più delle parole di Haugen?
«Mi ha colpita la sua schiettezza e la sua lucidità nell’analizzare come funziona effettivamente la macchina. È una insider con molte competenze tecniche e ha una visione d’insieme: spiega bene come vengono utilizzati i Newsfeed (le schermate in cui trovi i contenuti selezionati dalla piattaforma, ndr) per dare priorità a quelli più emotivi, che spesso includono incitamento all’odio e disinformazione».

E della difesa del vicepresidente di Facebook, Nick Clegg?
«La difesa di Clegg è tanto interessante quanto drammatica, lui e tutto lo staff delle pubbliche relazioni di Facebook si sono preoccupati solo di screditare Haugen, ma non sono mai entrati nel merito delle accuse e soprattutto non hanno contestato la validità di quei documenti».

C’è un problema con i contenuti che l’algoritmo propone agli adolescenti e anche ai bambini. Com’è possibile che i sistemi di verifica dell’età siano così poco efficaci, e che la piattaforma venga utilizzata da chi per ragioni anagrafiche non potrebbe frequentarla?
«Nonostante sia vietato, Facebook ha consentito a moltissimi bambini e minorenni di accedere al sito: infatti, sono loro stessi a dire che devono rimuovere centinaia di migliaia di account in uso a utenti minorenni. C’è un grosso problema con la verifica dell’età che è troppo facile da aggirare fornendo informazioni false. In Facebook avrebbero le competenze per creare un sistema migliore, non so perché non lo abbiano fatto, ma di certo sono consapevoli che giovani e giovanissimi rappresentano un ottimo pubblico: sono più sensibili, diventano più facilmente dipendenti dalla piattaforma, e più tempo ci passano sopra più guadagni arrivano».

Che cosa c’è di singolare, di unico in Facebook e nel ruolo che Zuckerberg ricopre nella sua società rispetto al resto del settore Big Tech?
«Facebook è paranoica, sulla difensiva e provocatoria riguardo alle critiche che riceve, molto più di quanto non abbia visto con le altre società tecnologiche di cui mi sono occupata. Anche perché le altre compagnie hanno funzioni interne meglio definite e distinte, per esempio tra la proprietà e chi effettivamente amministra le cose, chi è operativo. E hanno più spesso un ricambio ai vertici. Tutto questo garantisce un clima aziendale più sano, mentre dentro Facebook decide tutto una persona sola: Mark Zuckerberg».

Da dove viene il titolo del suo saggio, An Ugly Truth, una sgradevole, cruda verità?
«Da un promemoria di un altro vicepresidente di Facebook, Andrew Bosworth, soprannominato “The Ugly”. In quello scritto sostiene che Facebook crede così tanto nella sua missione di “connettere il mondo” – cioè, nella propria crescita – che è disposta ad accettare gli effetti collaterali e le conseguenze negative, incluso il bullismo o il terrorismo interno, che dovessero verificarsi sulla loro piattaforma. A lungo termine, si dice convinto Bosworth, i benefici supereranno le conseguenze negative. È una scommessa che l’azienda ha fatto e tutti i suoi quasi 3 miliardi di utenti si confrontano quotidianamente con i risultati di quel calcolo, che è un calcolo cinico. Noi dovremmo chiederci se può essere il vicepresidente di una società privata a prendere una decisione simile, visto che incide sulle esistenze di così tante persone nel mondo».

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