un documentario racconta la passionale artista messicana in un’uscita evento



Il documentario Frida Kahlo è dedicato a una delle figure più affascinanti, passionali e sofferte della scena artistica internazionale. Il film sarà in sala solo il 22, 23 e 24 novembre, distribuito da Adler Entertainment.

Il 22, 23 e 24 novembre sarà nelle sale, in un’uscita evento di Adler Entertainment, il documentario Frida Kahlo di Ali Ray, un lungometraggio dedicato non solo al racconto ma anche all’analisi visiva dell’esistenza e delle principali opere di un’artista e pittrice incasellabile, ora come adesso. Lo scopo ultimo del lavoro non è solo celebrare Frida, ma anche provare ad andare oltre la sua mitizzazione iconica, esplorando le ragioni dietro alla sua arte e agli stili scelti, sempre a cavallo tra la tradizione messicana e l’avanguardia, tra il realismo magico e il surrealismo: il tutto intrecciato dal dolore, quello fisico certamente, ma anche quello sentimentale.

Questo appuntamento è il primo della collana “Art Icons“, di cui faranno parte altri due titoli dedicati a ulteriori grandi personalità del mondo dell’arte, in uscita nel corso del 2022.

Frida Kahlo, il racconto dell’artista nel documentario

Il documentario Frida Kahlo segue vita e opere dell’artista messicana, senza troppa fatica, considerando che i due elementi sono stati indistinguibili per l’artista Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón (1907-1954) sin dall’infanzia, quando scoprì la forza dell’immagine da suo padre fotografo. Immersa nella cultura aperta della Città del Messico rivoluzionaria, doveva diventare un medico, ma l’incidente del 1925, uno scontro tra un bus e un tram, segnò per sempre la sua vita, lasciandola con un corpo in perenne sofferenza. Fu la stasi forzata a stimolare la creatività artistica di Frida, portandola ad aprirsi alla politica, aderendo nel 1927 al Partito Comunista Messicano, poi all’amore per il pittore Diego Rivera (1886-1957), sposato nel 1929.

Nell’orgoglio di moglie e amica, nella passione per Diego, viveva anche il legame con le proprie radici messicane (con una particolare attenzione alla cultura preispanica). Parallela a una progressiva disillusione sentimentale, crebbe però la scoperta della propria vocazione di pittrice.

Nei primi anni Trenta a Detroit per impegni del marito, non amò mai gli Stati Uniti, soffrendo anche del primo dei suoi aborti, e fu il ritorno in patria a essere malvisto da Rivera, con una relazione via via più burrascosa, terminata legalmente nel 1939, non prima di molti tradimenti di lui e di qualche amore di Frida, come il fugace rapporto col rivoluzionario Leon Trotsky nel 1937. Nel frattempo, la sua capacità visiva aveva preso la strada dei retablos, il formato di immagini votive specifico del Messico, naturalmente riletto in chiave laica e con uno spirito privo di autocensure. Nelle sue immagini narrò se stessa, raffigurando il proprio corpo in una chiave non sessualizzata e inedita per l’epoca.

Frida Kahlo: “Non sono surrealista”

Nonostante nel 1938 André Breton l’avesse idealmente arruolata nel surrealismo, Frida Kahlo non si definì mai tale, come ci spiega con l’ausilio delle immagini il film: “Non dipingo i sogni“. Il suo era un realismo magico, fatto di elementi realistici in contesti spiazzanti. Le prime mostre personali a New York e a Parigi consentirono a Frida di cominciare a vendere a privati le sue opere, e la riconciliazione con Rivera alla fine del 1940 le regalò un periodo di relativo equilibrio, spezzato periodicamente dai problemi fisici. È del 1940 il celebre quadro “Le due Frida” (che la clip qui embeddata scompone), uno dei suoi rari lavori di grande formato, quando invece divenne celebre negli anni Quaranta con piccoli autoritratti per vari committenti. È del 1945 un’altra opera iconica, “La colonna rotta“, lucida disperazione di fronte ai dolori degli infiniti interventi chirurgici.

Frida Kahlo morì nel 1954 a 47 anni, un anno dopo aver partecipato, allettata, alla sua ultima mostra. Di lei Rivera ebbe a dire che incarnò “la qualità femminile della tenacia“.

Frida Kahlo, il film di Ali Ray

Il documentario Frida Kahlo si avvale di riprese particolareggiate delle opere che una serie di studiosi dell’arte e biografi raccontano nell’ora e mezza di durata, con brani letti dalla corrispondenza di Frida. La visione è accompagnata da foto d’epoca che permettono di confrontare costantemente l’aspetto di Frida nella realtà e quello da lei stessa mediato nelle opere che la ritraevano. Un intreccio esistenziale e artistico che il film mira a preservare.
Frida con Salma Hayek, il biopic del 2002 diretto da Julie Taymor, era un appassionato omaggio a una figura chiave della cultura contemporanea, ma rispetto a una pur sentita opera di fiction, il documentario è più utile a livello didattico e culturale per capire sul serio anche le sue produzioni: in grado di raccontare la donna senza stereotipi, aperta a una rappresentazione che si definirebbe oggi “gender-fluid“, Frida Kahlo merita un lavoro meticoloso e anche divulgativo. In un’intervista con Exhibition On Screen, la regista Ali Ray ci dice:

La maggior parte delle persone crede di conoscere Frida Kahlo, ma la conosce dalle immagini riprodotte ovunque. Alcuni la conoscono per l’attività politica, altri per le sofferenze fisiche, altre per il suo modo di vestire, nel costume Tehuana, un manifesto politico per liberarsi dello stile coloniale. Era una donna molto interessante. […] Il film è narrato cronologicamente, perché se non capisci la sua vita e il suo sviluppo non puo capire la sua arte. A diciott’anni si autoritrae in stile europeo, poi celebra l’essere messicani con Diego Rivera… […] Oggi siamo molto più aperti a comunicare la nostra vulnerabilità, la sua l’ho scoperta studiando per la realizzazione del lungometraggio.





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