quando l’autobiografia diventa pura poesia


Nelle sale dal 24 novembre distribuito da Lucky Red, È stata la mano di Dio racconta la parte più dolorosa della vita di Paolo Sorrentino. Ecco tutto quello che bisogna sapere sul film che l’Italia ha scelto per rappresentarla agli Oscar.

È stata la mano di Dio è il nono film di Paolo Sorrentino e arriva in sala il 24 novembre distribuito da Lucky Red per poi approdare su Netflix il 15 dicembre.
E’ stata la mano di Dio è forse il film più bello del regista napoletano, il più commovente, il più maturo e il più personale.

Molti registi e scrittori cominciano la propria carriera parlando di sé, perché sono convinti che la propria storia sia più interessante e facile da raccontare di qualsiasi altra storia. Non si rendono conto, però, che l’autobiografia è sì la strada più semplice da percorrere, ma è una strada spesso lastricata di narcisismi e di scarsa originalità. Sorrentino ha aspettato di compiere 50 anni per mettersi in un film e affrontare il capitolo più doloroso della sua esistenza, anche se il progetto è nato durante la lavorazione di The New Pope. Prima di “tornare a casa” e affidarsi a un racconto intimo, si è tuffato nella politica italiana, parlando di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi e, passando per le meschinità di uno strozzino e la confortante routine di un uomo che per la prima volta ama, è entrato nel mondo di una rockstar e ha narrato in maniera sopraffina la sua città di adozione in un film, La grande bellezza, che è una pura esperienza estetica. Poi ha deciso che i tempi per un diario/racconto di formazione erano maturi, ha scritto la sceneggiatura di È stata la mano di Dio in un lampo e ci ha regalato una nuova opera d’arte, che sentiamo vicinissima e che possiede la fluidità del mare che tanta parte ha nella vicenda.

La voglia di raccontarsi di Sorrentino e lo stile di E’ stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio è il mio film più importante e doloroso” – ha detto Sorrentino dopo aver saputo di essere stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, aggiungendo: “Sono felice che tutto questo dolore oggi sia approdato alla gioia”. Quando È stata la mano di Dio ha cominciato a prendere forma, la gioia, per Paolo, è coincisa con una catarsi e una sorta di terapia, che tuttavia non hanno messo a tacere una certa vocina disturbante, o meglio un rumore di fondo che il nostro non ha mai smesso di avvertire, e che veniva dal profondo della sua anima. “Non penso che un film sia sufficiente a farti liberare da cose che ti segnano per una vita” – ha detto a tal proposito, ammettendo però di aver deciso di “saltare” perché stanco di dialogare in solitudine con il proprio passato e di tenere bloccati i ricordi. Sorrentino desiderava inoltre dare una spiegazione a determinati suoi comportamenti da adulto che continuano, secondo lui, a essere infantili: “Certe perdite non creano solo dolore ma anche l’interruzione della giovinezza – ha spiegato. “Si diventa vecchi di colpo, rimanendo allo stesso tempo bambini”. Queste belle parole assomigliano tanto al verso di un brano di Jacques Brel, che parlando di due vecchi amanti cantava: “Ce n’è voluto di talento per essere vecchi senza essere adulti”. Sentirle pronunciare da un uomo proverbialmente schivo è una gioia immensa, così come apprendere che per l’autore de Le conseguenze dell’amore un futuro ci può essere “anche per chi parte con un handicap”. L’handicap Paolo lo ha raccontato senza mai cedere alla retorica, al melodramma, e anche per questo ha optato una messa in scena semplice, essenziale, e ha voluto insistere su una “desertificazione sentimentale” che lo ha portato a fare a meno della musica per quasi tutto il film. Ha mescolato i toni Sorrentino, e per la prima volta ha praticato la commedia, una commedia addirittura grottesca, perché nella prima metà di È stata la mano di Dio si ride di gusto guardando il clan allargato degli Schisa, fatto di signore in carne e di bizzarri personaggi, e chiassoso, rissoso, quasi almodovariano. Toni Servillo, inutile dirlo, è davvero spassoso e ricorda il Nicola Ciraulo di È stato il figlio, e irresistibile è una scena in cui Fabietto fa visita ai vicini insieme ai genitori e si ritrova in una casa dall’arredamento tirolese in cui vengono serviti i canederli. E però la risata, come accadeva nelle grandi commedie all’italiana, si mescola con l’amarezza e la malinconia: con le infedeltà di papà Schisa, con la follia della splendida zia Patrizia e con Fabietto che ammette di non avere amici. Tutto ciò ci fa struggere e commuovere, insieme alle immagini notturne del Golfo di Napoli attraversato da offshore che sfrecciando fanno: “tuff, tuff, tuff”.

Napoli

Per Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio è anche un ritorno a Napoli, che qui ha la dignità di personaggio cinematografico e che è teatro dell’infanzia e della giovinezza del regista, oltre che della memoria. Napoli è una città di mare, e nelle città di mare si vede l’orizzonte e quindi si sogna di più, si diventa più contemplativi. A Napoli si avverte l’urgenza di andarla a vedere quella distesa d’acqua azzurra che di notte appare punteggiata di piccole e grandi luci oppure è nera, misteriosa e capace di inghiottire le barche. Anche le strade chiassose o più eleganti inghiottono chi le attraversa, come spiega lo stesso Sorrentino: “Napoli l’ho trovata cambiata, ma anche uguale nel suo fagocitare quello che arriva da fuori. La città lo declina a suo uso e consumo”. Paolo ha girato in una città sempre vitale, dove ha avuto l’impressione di fare “un safari a piedi, senza la jeep” e in cui stavolta aveva un bellissimo appartamento vista mare. Il regista è tornato nei posti che ben conosceva, a cominciare dal suo quartiere, dove il mare non c’era. E’ tornato anche perché, come dice Antonio Capuano a Fabietto nel film, “chi è di Napoli torna a Napoli”.

Presentando È stata la mano di Dio nella sua città, Paolo Sorrentino ha dichiarato: “Il ritorno a Napoli per girare, dopo molto tempo, è stato bellissimo. Ho filmato nei luoghi che conoscevo da adolescente, un’età in cui se vai da una parte è perché qualcuno ti ci porta. In tanti hanno parlato di Napoli, altrettanti hanno la presunzione di sapere cosa sia. Io invece no”. Di certo, per Sorrentino come per Toni Servillo, Napoli non è il Terzo Mondo, come scriveva una giornalista de Le Figaro. Nel film non è certo una cartolina, ma un meraviglioso e febbrile caleidoscopio di emozioni e una madre un po’ distratta che sa benissimo come cavarsela senza l’aiuto di nessuno. Napoli, infine, è la voce di Pino Daniele che tanto ci manca, e che possiamo ascoltare in un momento topico di È stata la mano di Dio.

Diego Armando Maradona

È stata la mano di Dio comincia con la frase di Diego Armando Maradona: “Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male”. Maradona è sempre stato per Sorrentino un nume tutelare, un’icona, un viatico di salvezza per Napoli, un eroe imperfetto capace di unire “il basso” con “l’alto”. Di lui il regista ha detto: “Maradona è apparso in città da una ‘grotta nera’, il tunnel dello Stadio San Paolo. È morto, risorto, diventato martire. Le sue analogie con le figure mistiche mi appassionano molto”. Maradona, sfortunatamente, non è più tra noi, e quindi non vedrà mai il film, il cui titolo altro non è che una sua frase. Durante la partita Argentina – Inghilterra dei Mondiali di calcio del 1986 in Messico, el pibe de oro segnò con la mano, portando la propria squadra in vantaggio. A chi gli contestava il gol, disse: “E’ stata la mano di Dio”. Nel film Diego Armando Maradona non salva soltanto una nazionale di calcio ma anche qualcun altro. Naturalmente non vi sveleremo chi.

Il cinema Come passione e salvezza

Dopo che ha perso i genitori a causa di un inalazione di monossido di carbonio, il protagonista Fabietto comincia a sognare di diventare regista, di fare il cinema insomma, proprio come quel Federico Fellini omaggiato da Sorrentino con La grande bellezza e che in È stata la mano di Dio fa capolino. Il regista gli strizza l’occhio con una scena in mezzo al traffico che ricorda l’ingorgo di e Fabietto accompagna il fratello a un provino per un suo film, dove si trova di fronte un un’umanità stramba, grottesca, “felliniana” appunto.

C’è chi paragona È stata la mano di Dio ad Amarcord, ma questa è un’altra storia. In quella del caro Paolo il cinema è stato certamente un’ancora a cui aggrapparsi, come lui stesso ha spiegato: “In un certo momento della vita, scoprire che uno può giocare con una realtà parallela che ti consente di fuggire o per alcune ore da una realtà che consideri pesante è stata sicuramente una salvezza”. Il cinema, infine è ed è stato per Sorrentino il collega Antonio Capuano, che appare nella parte finale del film e invita Fabietto a usare il proprio dolore per raccontare una storia per immagini, quasi rimproverandolo perché ha una speranza. Capuano è stata una figura fondamentale per Paolo Sorrentino, che ama raccontare: “Mi è mancato presto mio padre, quindi non ho vissuto in casa il momento del conflitto. Forse non a caso ho incontrato Antonio Capuano, per cui il conflitto è una parte decisiva. Mi ha spiegato come sia necessario per fare questo lavoro e stare al mondo. Mi contraddiceva su tutto all’epoca del mio esordio, e credo che avesse ragione”.

Toni Servillo e Luisa Ranieri

Il nostro viaggio nel nuovo film di Paolo Sorrentino non può terminare senza spendere qualche parola su due sublimi interpreti di È stata la mano di Dio: Toni Servillo e Luisa Ranieri. Attore feticcio di Sorrentino, che lo ha diretto in 6 film (compreso l’ultimo), Servillo dà vita a una figura paterna intelligente, amorevole e spiritosa, un comunista convinto che lavora in banca, ama andare al mare e adora Maradona. Nonostante il tragico destino del suo personaggio, Toni Servillo si è divertito a interpretarlo, e “a raccontare certe sue inadeguatezze nel ruolo di padre che finiscono per essere un po’ simpatiche nella loro cialtroneria”.

Quanto a Luisa Ranieri, il regista le ha affidato il ruolo della zia Patrizia, una splendida donna che l’impossibilità di avere figli ha reso mentalmente instabile. Sensuale e mediterranea, Patrizia diventa la prima musa di Fabietto/Paolo e appare, in tutta la sua bellezza, nella prima scena parlata del film, una magnifica sequenza in cui ritroviamo il Sorrentino più onirico, barocco e visionario. La parte è stata affidata a Luisa Ranieri, che ha dovuto prestarsi a una scena di nudo integrale, cosa che l’ha messa piuttosto in imbarazzo, come ha narrato a Il Fatto Quotidiano: “E dire che il nudo integrale proprio non volevo farlo. Sorrentino mi ha informata solo all’ultimo. Quando mi ha dato tutta la sceneggiatura, abbiamo parlato a lungo di questa zia e solo alla fine mi ha detto : ‘Ah, dimenticavo, questo personaggio ha una scena di nudo integrale che è fondamentale’. Gli ho risposto: ‘Vado per i 47, che me fai fa’?’ E lui ha replicato: ‘Ma no, sarai bellissima, e poi le donne sono bellissime sempre, stai tranquilla’.

In È stata la mano di Dio recitano inoltre Filippo Scotti (Fabietto Schisa), Teresa Saponangelo (Maria Schisa), Renato Carpentieri (lo zio Alfredo), Massimiliano Gallo (lo zio Franco), Betti Pedruzzi (la baronessa Focale) e Ciro Capuano (Antonio Capuano).





Source link

Rispondi