Sarah. La ragazza di Avetrana: la docu-serie chiede di riaprire il caso


S ono Passati undici anni Dalla scomparsa di Sarah Scazzi. Undici anni in cui la storia di questa quindicenne, uscita di casa il 26 agosto 2010 ad Avetrana per andare al mare e mai più ritornata, si è impressa nella memoria del nostro Paese. Ci vollero più di quaranta giorni per ritrovare il suo corpo senza vita, gettato in un pozzo profondo in mezzo a un campo. E in quelle ore di dirette televisive e interviste a chiunque si trovasse in quel piccolo paesino fino a quel momento sconosciuto, ha preso forma «il caso Sarah Scazzi» . Di tutto questo, oggi ad Avetrana resta una madre porta sul viso gli occhi grandi e azzurri della sua Sarah e una scritta impressa su un muro del paese: «Qui non è Hollywood».

Per la morte di Sarah Scazzi sono state condannate all’ergastolo, ma loro si sono sempre dichiarate innocenti, la zia Cosima insieme alla figlia Sabrina. La cugina che Sarah adorava e con cui, quel 26 agosto, sperava solo di andare al mare. In carcere c’è anche Michele Misseri, lo zio di Sarah, marito di Cosima e papà di Sabrina. È stato lui a condurre gli inquirenti sul luogo in cui lui stesso aveva nascosto il corpo. Per questo è stato condannato a 8 anni di carcere: nel 2024 è prevista la sua scarcerazione (anche se potrebbe uscire prima con la condizionale).

Sarah. La ragazza di Avetrana, la docu-serie Sky Original

Il caso negli anni ha destato altalenanti polemiche e dubbi, destinati a riaprirsi con la docu-serie Sky Original, prodotta da Groenlandia per la regia di Cristian Letruria, Sarah. La ragazza di Avetrana, in onda su Sky Documentaries dal 23 novembre alle 21.15 e disponibile anche on demand e in streaming su NOW, tratta dall’omonimo libro di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango), che ne sono anche gli autori. Un lavoro accurato che verrà diffuso in tutta Europa, e che punta i riflettori sui numerosi buchi neri che punteggiano il caso che, ancora oggi, secondo gli autori non può dirsi archiviato. La nostra intervista a Flavia Piccinni.

Perché sostenete che il caso non sia chiuso oltre ogni ragionevole dubbio?
«Il dubbio che ci ponevamo nella nostra inchiesta, e sul quale torniamo a interrogarci, è semplice: nonostante ci sia una sentenza passata in giudicato e che va assolutamente rispettata, siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta, ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte? E, ancora, siamo sicuri che Sabrina Misseri e Concetta Serrano siano davvero state giudicate in modo scevro da pregiudizi? Di certo siamo davanti a un paradosso che non ha precedenti».

Quale?
«Due donne che negli ultimi undici anni non hanno mai smesso di professarsi innocenti sono all’ergastolo, e un uomo che si dice colpevole presto verrà scarcerato. Nel corso del documentario il telespettatore potrà farsi la sua opinione. E centrale sarà nel costituirla la testimonianza inedita di Giovanni Buccoliero, il fioraio di Avetrana, che nella sentenza, pur non testimoniando mai a processo, gioca un ruolo chiave e che per la prima volta dopo dieci anni torna a raccontare la sua versione dei fatti per amore di verità».

Grande spazio nel vostro lavoro è dedicata ai media. Parafrasando Lele Mora, che intervistate: «La cronaca offre uno spettacolo a basso costo».
«Il grande protagonista di questo reality show dell’orrore economico e serealizzabile, andato in onda a reti unificate per alcuni anni, è stato il cinismo. Dei media e dei telespettatori. Non pensiamo di essere immuni solo perché non eravamo lì fisicamente. Ma noi eravamo sul divano, e non abbiamo cambiato canale, quando Federica Sciarelli ha annunciato in diretta televisiva a Concetta Serrano che sua figlia probabilmente era morta, e che se ne stava cercando il corpo nelle campagne. Noi eravamo immobili davanti allo schermo quando fischi, sputi e applausi accompagnavano alla detenzione Cosima Misseri».



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